conquiste del lavoro – Shipbreaking, un business “mortale”

(Written by Manlio Masucci)

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25 February 2013 - Continuano a ritmo serrato e anzi sono in costante aumento le demolizioni delle navi occidentali sulle coste dei paesi dell’Asia meridionale. Un business “mortale” come hanno più volte denunciato i sindacati di mezzo mondo, fra cui la Cisl, considerando la pericolosità delle operazioni di smantellamento. Denunce che fino a questo momento non sono però riuscite a scalfire il muro del silenzio e dell’impunità, considerando che nel 2012 gli armatori europei hanno inviato in Asia un numero record di 365 navi. Secondo l’ultimo rapporto della Shipbreaking Platform, una coalizione globale di organizzazioni specializzate in ambiente, si tratta di un aumento del 75% rispetto al 2011, quando 210 navi di proprietà di armatori europei sono state inviate per la demolizione in India, Bangladesh e Pakistan.

Ogni anno, su circa 1.000 navi d’alto mare vendute per il riciclaggio, il 70% finisce sulle spiagge dell’Asia meridionale. Nella classifica degli armatori europei troviamo al primo posto la Grecia, con 167 navi inviate ai cantieri asiatici, la Germania, con 48 navi, il Regno Unito, con 30, e l’Italia con 27. Gli armatori italiani, si specifica nel rapporto, hanno triplicato, nel 2012, il numero di navi inviate rispetto all’anno precedente. E’ da sottolineare, inoltre, come la grande maggioranza delle navi monitorate, non battevano bandiera europea al momento della loro demolizione ma “bandiere di comodo”, come quelle di Panama, Liberia o Bahamas.

Il business delle demolizioni navali è uno dei più lucrativi, per imprenditori e armatori, e più pericolosi per i lavoratori. Le navi vengono infatti accompagnate sulle spiagge di immensi cantieri a cielo aperto dove migliaia di operai le attendono per le operazioni di demolizione. Si tratta di lavoratori occasionali, sottopagati con pochi euro al giorno, senza alcun contratto e protezione e, ovviamente, senza alcuna formazione professionale specifica. Le misure di sicurezza sono praticamente inesistenti e la casistica degli incidenti, spesso mortali, è piuttosto vasta considerando che gli operai sono esposti a ogni tipo di pericolo nelle operazioni di assemblaggio dei materiali. In molti casi gli incidenti sono dovuti a incendi causati dalle eccedenze di carburante nelle navi mentre il rischio derivante dall’esposizione a sostanze nocive come l’amianto non è minimamente preso in considerazione. I sindacati sono, solitamente, banditi da questi luoghi così come le Organizzazioni Non Governative. Difficile dunque, sottolinea la Shipbreaking Platform, conoscere con esattezza il numero delle vittime dei vari cantieri sparsi nell’Asia, considerando che gli incidenti non vengono denunciati regolarmente mentre è praticamente impossibile conoscere il numero delle vittime da esposizione a sostante tossiche.

Nonostante la possibilità di un appropriato smaltimento, che ci sarebbe in Europa o in altri paesi sviluppati, la maggior parte delle compagnie di navigazione europee continua dunque a trarre profitto dalle loro navi facendole demolire sulle spiagge dell’Asia Meridionale a prezzi stracciati. Proprio l’Unione Europea rappresenta il luogo principale da cui far partire le prossime azioni considerando che circa il 40% della flotta commerciale mondiale è di proprietà di armatori con sede in Europa. La Shipbreaking Platform sta attualmente lavorando con il Parlamento europeo e il Consiglio europeo per rafforzare un regolamento sul riciclaggio delle navi che impedisca agli armatori europei di esportare e demolire navi tossiche nei paesi in via di sviluppo e che imponga il riferimento obbligatorio alle norme di salute, sicurezza e ambiente previste dai paesi d’origine.