L’Espresso – Demolizione delle navi, le accuse della Ong alle compagnie italiane

Written by Luciana Grosso

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12 January 2016 – Le navi Grimaldi, quelle Ignazio Messina e di Vittorio Bogazzi & Figli: ecco i nomi delle tre compagnie navali italiane finite nella lista nera della Ngo Shipbreaking Platform, gruppo ambientalista che si occupa di capire che fine fanno le navi che vengono dismesse e destinate allo smantellamento. L’accusa rivolta ai gruppi italiani è quella di girarsi scientemente dall’altra parte mentre le loro vecchie navi vengono smontate sulle spiagge dell’Asia Meridionale, magari da bambini in infradito, per pochi dollari al giorno.

L’associazione ha tracciato all’inverso il percorso delle navi dei cantieri di smantellamento dell’Asia e ha trovato che 85 navi italiane, dal 2009 a oggi, sarebbero finite ‘spiaggiate’ in India, Bangladesh e Pakistan. Di queste dieci sarebbero del Gruppo Grimaldi, 14 di Ignazio Messina e 30 di Vittorio Bogazzi & Figli.

“Mandare una nave a essere demolita in Bangladesh o in India – spiegano dalla Ong – significa dare il via a una serie di procedure condannabili e condannate come il beaching, che consiste nel ‘parcheggiare’ la nave direttamente sulla spiaggia, senza alcuna precauzione ambientale. Oltre a questo è risaputo che in questi cantieri improvvisati la manodopera è quasi tutta minorile, costretta a lavorare senza nessun tipo di protezione né dagli infortuni né dalle sostanze nocive con cui è a contatto”.La pratica ovviamente non è consentita, ma, come spesso accade i divieti sono facilmente aggirabili: “L’Unione Europea si è espressa chiaramente in merito – dicono ancora dalla Shipbreaking Platform – sia con un regolamento (1257/2013), sia con un elenco, che sarà pubblicato a breve, degli impianti di smantellamento certificati, gli unici nei quali potranno essere smantellate le navi battenti bandiera di un paese membro”.

Ma la legge, in questo caso, potrebbe non essere sufficiente. L’espediente per aggirarla si chiama Foc, Flag of Convenience. “Gli armatori – spiega Nicola Mulinaris di Shipbreaking Platform – semplicemente vendono le navi giunte a fine vita ai cosiddetti ‘cashbuyer’ che, ovviamente, battono una bandiera non Ue, ma di paesi coma Tuvalu, Comoros e St Kitts o simili. Sono dunque i novelli proprietari ad occuparsi di smaltirle. In questo modo le aziende risultano non imputabili di nulla, perché, almeno nominalmente, non risulta che abbiano mandato alcuna nave a essere smaltita”.Ma è difficile pensare che chi vende non sappia che fine faranno le sue navi. “La sorte di una nave si può facilmente intuire dal prezzo a cui viene comprata: se il prezzo è alto, e dunque vantaggioso per chi vende, vuol dire che il cashbuyer in questione intende trarne un ampio profitto. E l’unico modo per cui questo è possibile è smaltirla con costi di manodopera minimi”.

Accuse che gli armatori respingono su tutta la linea. “La nostra flotta – dicono alla Ignazio Messina & C. – dal 2009 al 2015 ha subito un totale processo di rinnovamento. A quel che sappiamo, in molti casi le vecchie navi hanno continuato a navigare per periodi più o meno lunghi prima di essere avviate dai nuovi proprietari alla demolizione e diventare oggetto di attenzione della Ong Shipbreaking Platform”.

Stessa versione dei fatti da parte di Vittorio Bogazzi & Figli: “Le nostre navi sono state vendute a causa della crisi economica tramite intermediari a soggetti sempre diversi l’uno dall’altro. Per questo ci riesce difficile confermare quanto riportato dalla Onlus (Ong, ndr). Inoltre, sia per motivi logistici che di posizione contrattuale, non siamo comunque in grado di imporre all’acquirente la destinazione o l’uso della nave”.

Non confermano e non smentiscono, ma rilanciano, dal gruppo Grimaldi: “Quando dismettiamo una nave, ci accertiamo che la demolizione sia fatta in modo ‘green’, anche a discapito dei nostri introiti. Lo scorso agosto, per esempio, abbiamo ‘pensionato’ la Atlantic Companion, la nave porta rotabili più grande al mondo, e la conditio sine qua non per concludere l’operazione era che gli acquirenti si impegnassero a garantire che la sua demolizione fosse effettuata presso un cantiere green recycling”.